La parodontite è una delle malattie più frequenti del cavo orale, ma è anche una delle condizioni sulle quali esistono ancora moltissimi dubbi, convinzioni errate e informazioni contrastanti.
Nel corso della mia attività clinica, una parte importante della prima visita parodontale consiste proprio nel fare chiarezza: capire che cosa sia realmente la parodontite, come si sviluppa, quali trattamenti siano scientificamente supportati e, soprattutto, quali siano gli obiettivi realistici della terapia.
Molti pazienti arrivano alla visita dopo aver ricevuto informazioni diverse da professionisti differenti. Alcuni pensano che sia sufficiente una seduta di igiene ogni tre mesi, altri mi chiedono se sia possibile eliminare la malattia con il laser, con un collutorio o con qualche farmaco. Altri ancora, dopo aver perso alcuni denti, pensano che la soluzione più semplice sia estrarre quelli rimasti e sostituirli con impianti.
La realtà è molto più articolata.
La parodontite è una malattia infiammatoria cronica dei tessuti che sostengono i denti, caratterizzata dalla progressiva distruzione dell'apparato di supporto parodontale. La buona notizia è che, quando viene diagnosticata correttamente e trattata secondo protocolli basati sulle evidenze scientifiche, nella grande maggioranza dei casi può essere controllata e stabilizzata nel tempo.
In questo articolo raccolgo alcune delle domande che più frequentemente mi vengono rivolte dai pazienti.
È una delle domande che sento più spesso.
La risposta, dal punto di vista della moderna terapia parodontale basata sulle evidenze scientifiche, è no: il laser non rappresenta la terapia della parodontite.
Questo non significa che il laser sia una tecnologia inutile in odontoiatria. Esistono diverse applicazioni del laser in ambito odontoiatrico e, in determinati contesti clinici, può essere utilizzato come strumento aggiuntivo.
Il punto fondamentale è però un altro: non bisogna confondere uno strumento con una terapia.
La parodontite non è semplicemente "un'infezione sulla superficie del dente" che può essere eliminata utilizzando un determinato dispositivo. È una malattia complessa che coinvolge l'interazione tra biofilm batterico, risposta immunitaria dell'ospite, fattori di rischio e caratteristiche individuali del paziente.
Il trattamento deve quindi intervenire sui fattori che mantengono l'infiammazione e sulla presenza di biofilm e depositi sottogengivali, attraverso una terapia parodontale strutturata.
Le raccomandazioni della European Federation of Periodontology (EFP) per il trattamento della parodontite non indicano il laser come trattamento di routine della parodontite.
Questo è un concetto importante perché negli ultimi anni il laser è stato talvolta presentato al paziente come una sorta di soluzione alternativa, moderna e meno invasiva rispetto alla terapia parodontale convenzionale.
La terapia parodontale, però, non diventa più efficace semplicemente perché viene utilizzata una tecnologia più recente.
Prima viene la diagnosi. Poi viene la terapia. Gli strumenti vengono dopo.
Questa è probabilmente una delle incomprensioni più frequenti.
E bisogna fare una distinzione fondamentale tra trattamento della parodontite e terapia di mantenimento parodontale.
Se una persona presenta una parodontite attiva, limitarsi a effettuare una seduta di igiene professionale ogni tre mesi non equivale a trattare la malattia.
La terapia di supporto parodontale, spesso programmata con richiami personalizzati che possono avere anche una frequenza trimestrale, ha invece un obiettivo fondamentale: mantenere nel tempo la stabilità parodontale ottenuta dopo la terapia attiva.
In altre parole:
prima bisogna trattare la malattia; successivamente bisogna mantenerla sotto controllo.
Immaginiamo un paziente con tasche parodontali profonde, sanguinamento al sondaggio, infiammazione e perdita di attacco.
Fare semplicemente un'igiene professionale superficiale e rivedere il paziente dopo tre mesi non significa aver trattato adeguatamente quelle tasche.
Il trattamento della parodontite richiede una diagnosi completa e, quando indicato, una terapia parodontale non chirurgica, finalizzata alla rimozione professionale del biofilm e dei depositi presenti nelle aree sottogengivali, associata al controllo domiciliare della placca e alla gestione dei fattori di rischio.
Solo dopo aver raggiunto una condizione di controllo della malattia diventa fondamentale il mantenimento.
Ed è proprio qui che l'igiene professionale periodica assume un ruolo essenziale.
L'igiene ogni tre mesi può essere una parte importantissima della terapia di mantenimento. Non è necessariamente la terapia iniziale della parodontite.
Questa è una domanda molto importante e merita una risposta altrettanto chiara.
La parodontite è una malattia cronica.
Questo significa che non possiamo parlare di "guarigione" nel senso tradizionale del termine, come se la malattia potesse essere cancellata definitivamente e non richiedesse più alcuna attenzione.
L'obiettivo della terapia è diverso: controllare la malattia, eliminare o ridurre l'infiammazione e raggiungere una condizione di stabilità parodontale che possa essere mantenuta nel tempo.
È un concetto simile a quello che utilizziamo per molte altre patologie croniche: il fatto che una malattia sia cronica non significa che debba necessariamente continuare a peggiorare.
Un paziente correttamente trattato può rimanere stabile per moltissimi anni.
Naturalmente, la stabilità dipende da diversi fattori:
Per questo motivo il trattamento della parodontite non dovrebbe essere considerato una singola seduta, ma un percorso terapeutico e di mantenimento nel tempo.
Collutori e farmaci possono avere, in determinati casi, un ruolo coadiuvante.
Ma non rappresentano, da soli, la terapia della parodontite.
Un collutorio può contribuire al controllo chimico della placca in situazioni specifiche. Alcuni farmaci possono essere indicati in particolari condizioni cliniche. Gli antibiotici sistemici, per esempio, possono trovare indicazioni selezionate, ma non rappresentano la terapia standard da utilizzare indistintamente in tutti i pazienti con parodontite.
Il problema è che la parodontite non si risolve semplicemente "uccidendo i batteri".
Il biofilm parodontale è organizzato all'interno di un ambiente complesso e la malattia è il risultato dell'interazione tra biofilm e risposta dell'organismo.
Per questo la terapia deve essere indirizzata principalmente alla disgregazione e rimozione del biofilm e dei depositi sottogengivali, attraverso una corretta terapia parodontale non chirurgica, associata alle indispensabili procedure di igiene orale domiciliare.
In alcuni pazienti, dopo la rivalutazione, possono essere necessari ulteriori interventi, comprese procedure chirurgiche parodontali mirate.
Il collutorio può quindi essere uno strumento.
Non può sostituire la terapia parodontale.
No.
Quando un paziente ha una parodontite avanzata può essere comprensibilmente spaventato dall'idea di perdere i propri denti.
Ed è proprio in questi momenti che bisogna evitare decisioni drastiche prese sulla base della paura.
Un dente parodontalmente compromesso non deve essere automaticamente considerato un dente da estrarre.
La domanda corretta non è:
"Quanto osso ha perso questo dente?"
La domanda corretta è:
"Questo dente è ancora trattabile e mantenibile?"
La moderna parodontologia ha come primo obiettivo, quando possibile, conservare i denti naturali.
Un dente naturale non è semplicemente un elemento che occupa uno spazio nell'arcata.
Il sistema dento-parodontale possiede caratteristiche biologiche e funzionali che non vengono replicate completamente da un impianto.
Inoltre, è importante ricordare una cosa che spesso viene sottovalutata: anche gli impianti possono sviluppare malattie peri-implantari, tra cui la peri-implantite.
Per questo motivo gli impianti non devono essere considerati una "cura" della parodontite.
Se un dente è recuperabile e può essere mantenuto in condizioni di salute e funzione, conservarlo è generalmente l'obiettivo preferibile.
L'estrazione deve essere presa in considerazione quando il dente ha una prognosi non più favorevole e non esistono realistiche possibilità di mantenerlo in condizioni compatibili con salute, funzione e comfort del paziente.
Prima di estrarre un dente bisogna chiedersi se sia davvero impossibile salvarlo.
No.
Avere un familiare che ha sofferto di parodontite può essere associato a una maggiore predisposizione, ma non significa essere condannati a perdere i denti.
La parodontite è una malattia multifattoriale.
La componente genetica può contribuire a determinare la suscettibilità individuale alla malattia e il modo in cui l'organismo risponde all'infiammazione. Ma la genetica non rappresenta un destino inevitabile.
Anzi, questo è uno dei motivi per cui la diagnosi precoce è così importante.
Se una persona sa di avere una familiarità per la parodontite, può prestare maggiore attenzione ai segnali della malattia e sottoporsi a una valutazione parodontale quando necessario.
Sanguinamento gengivale, gonfiore, retrazioni, alitosi persistente, mobilità dentale o cambiamenti nella posizione dei denti non dovrebbero essere ignorati.
La storia familiare può aumentare la nostra attenzione.
Non deve aumentare la nostra paura.
Un paziente predisposto che viene diagnosticato, trattato correttamente e inserito in un adeguato programma di mantenimento può ottenere e mantenere nel tempo una condizione parodontale stabile.
Anche questo è un equivoco molto comune.
La perdita di osso causata dalla parodontite non significa automaticamente che un impianto sia impossibile.
La quantità e la qualità dell'osso residuo devono essere valutate individualmente, considerando la posizione del dente, la morfologia del difetto osseo, le strutture anatomiche vicine e le condizioni generali del paziente.
In alcuni casi l'osso residuo è sufficiente per posizionare un impianto.
In altri casi può essere necessario ricorrere a procedure di rigenerazione ossea, utilizzando tecniche specifiche per ricostruire il volume osseo necessario.
Ma c'è un aspetto ancora più importante.
Se un paziente ha perso un dente a causa della parodontite, prima di pensare all'impianto bisogna controllare la malattia parodontale.
Non avrebbe senso sostituire un dente perso a causa della parodontite senza aver prima affrontato la causa che ha determinato la sua perdita.
Un paziente con parodontite non adeguatamente controllata può infatti presentare un rischio maggiore di sviluppare problemi anche a carico degli impianti.
Per questo motivo la sequenza corretta è fondamentale:
diagnosi → terapia parodontale → stabilizzazione → mantenimento → eventuale riabilitazione implantare.
Non il contrario.
Non necessariamente.
Il sanguinamento gengivale è un importante segno di infiammazione e la sua riduzione rappresenta certamente un obiettivo importante della terapia.
Tuttavia, la diagnosi e la valutazione della stabilità della parodontite non possono basarsi soltanto sulla presenza o sull'assenza di sangue durante lo spazzolamento.
Il parodontologo valuta diversi parametri clinici, tra cui:
Per questo motivo una gengiva che "sembra bella" allo specchio non è necessariamente sinonimo di parodonto sano.
La salute parodontale deve essere valutata clinicamente, non soltanto esteticamente.
È proprio questa una delle caratteristiche più insidiose della malattia.
La parodontite spesso non provoca dolore.
Un paziente può avere una malattia già significativa senza avvertire alcun sintomo particolare.
Il sanguinamento durante lo spazzolamento viene talvolta considerato normale. La recessione viene attribuita semplicemente all'età. Una lieve mobilità viene considerata fisiologica. L'alitosi viene sottovalutata.
E nel frattempo la malattia può progredire.
Per questo la diagnosi parodontale è così importante.
Aspettare il dolore non è una buona strategia per intercettare la parodontite.
Quando compare un dolore importante, spesso il problema è legato ad altre condizioni odontoiatriche; la parodontite, invece, può procedere in modo relativamente silenzioso.
Non necessariamente.
La mobilità dentale è un segno che deve essere interpretato, non una diagnosi di estrazione.
Un dente può presentare mobilità per diversi motivi e, nel paziente con parodontite, la mobilità può essere associata alla perdita dei tessuti di supporto.
Ma questo non significa automaticamente che il dente debba essere estratto.
Durante la valutazione bisogna considerare la quantità di supporto residuo, il grado di mobilità, l'infiammazione, l'anatomia del difetto, la possibilità di controllare la malattia e soprattutto la prognosi complessiva dell'elemento.
In alcuni casi, dopo il trattamento parodontale, la mobilità può anche ridursi.
Per questo motivo "dente mobile" non significa automaticamente "dente da estrarre".
Quando si parla di parodontite, è facile lasciarsi attirare da parole come laser, tecnologia, nuove apparecchiature, collutori innovativi o trattamenti miracolosi.
Ma la domanda più importante dovrebbe essere un'altra:
"Qual è il trattamento più appropriato per la mia malattia, sulla base della diagnosi e delle evidenze scientifiche?"
La parodontologia moderna segue un percorso preciso.
Prima si effettua una diagnosi completa.
Poi si valuta la gravità della malattia, la distribuzione delle lesioni e la presenza di eventuali fattori di rischio.
Successivamente viene impostata la terapia, che nella maggior parte dei pazienti con parodontite comprende una fase di terapia parodontale non chirurgica, associata al controllo domiciliare della placca e alla gestione dei fattori di rischio.
Dopo la terapia è necessaria una rivalutazione.
Se alcune aree non hanno risposto adeguatamente, possono essere necessari ulteriori interventi, compresa, quando indicata, la chirurgia parodontale.
Infine, una volta raggiunta la stabilità, inizia una fase che non è meno importante della terapia iniziale:
la terapia parodontale di supporto.
È questa continuità che permette di mantenere nel tempo i risultati ottenuti.
Forse il messaggio più importante che vorrei lasciare a chi sta leggendo questo articolo è proprio questo.
Avere la parodontite non significa essere destinati a perdere i propri denti.
La malattia deve essere presa sul serio, ma non deve essere vissuta con rassegnazione.
La parodontite è una patologia cronica e richiede attenzione nel tempo. Tuttavia, una diagnosi corretta, una terapia adeguata, una buona collaborazione del paziente e un programma personalizzato di mantenimento possono permettere di ottenere una condizione di stabilità duratura.
E quando un dente può essere conservato, salvare il dente dovrebbe essere sempre una delle prime possibilità da valutare.
Gli impianti sono una straordinaria possibilità riabilitativa quando un dente non è più recuperabile, ma non dovrebbero diventare la prima scelta semplicemente perché un dente ha perso osso.
La moderna parodontologia non parte dall'idea di sostituire i denti.
Parte dall'idea di capire se quei denti possono essere salvati.
Non è necessario aspettare che i denti diventino mobili o che compaiano sintomi importanti.
Una valutazione parodontale può essere indicata in presenza di:
Anche chi è già stato trattato per parodontite dovrebbe continuare a essere seguito nel tempo.
Perché il vero obiettivo non è semplicemente "curare la parodontite".
L'obiettivo è ottenere e mantenere la salute e la stabilità del parodonto nel lungo periodo, preservando il più possibile i denti naturali.
E questo è il motivo per cui diagnosi, terapia e mantenimento devono essere considerati come parti di un unico percorso.
Ti sei riconosciuto in una o più delle situazioni descritte in questo articolo? Hai le gengive che sanguinano, soffri di alitosi persistente, hai notato che alcuni denti si muovono oppure ti è già stata diagnosticata una parodontite, comunemente conosciuta anche come piorrea o parodontosi?
Non aspettare che la situazione peggiori e, soprattutto, non dare per scontato che perdere i tuoi denti sia inevitabile.
Presso lo Studio Odontoiatrico Dott.ri Avola a Palermo, la diagnosi e il trattamento delle malattie parodontali rappresentano un ambito di particolare attenzione clinica, con un approccio multidisciplinare finalizzato, quando possibile, alla conservazione dei denti naturali.
Una corretta valutazione permette di analizzare le condizioni delle gengive, la presenza di eventuali tasche parodontali, il livello di supporto osseo e i fattori di rischio individuali, così da individuare un percorso terapeutico personalizzato.
Se ti è stato suggerito di estrarre uno o più denti a causa della parodontite, una valutazione approfondita può aiutarti a comprendere se esistano ancora possibilità terapeutiche per mantenerli.
Lo Studio Odontoiatrico Dott.ri Avola, punto di riferimento a Palermo per i percorsi di cura della parodontite, integra differenti competenze odontoiatriche, dalla parodontologia all'implantologia, dalla protesi dentale all'odontoiatria conservativa e all'estetica dentale.
La nostra filosofia è semplice: prima di sostituire un dente, valutiamo attentamente se sia possibile conservarlo.
Non rimandare la salute delle tue gengive. Prenota una visita e affidati a un percorso di diagnosi, trattamento e mantenimento costruito sulle tue reali necessità cliniche.
Studio Odontoiatrico Dott.ri Avola
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La parodontite può essere controllata. Il primo passo è una diagnosi corretta.
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Tutti i membri del personale del nostro studio odontoiatrico a Palermo sono professionisti abilitati. Il nostro staff è composto da dentisti, chirurghi e personale di assistenza qualificati.